Rispetto: guardarsi indietro

Ci sono alcuni libri che rimangono nei tuoi pensieri per giorni e settimane dopo la lettura. Che a distanza di tempo tornano a bussare e a farsi sentire. Non sono molti i privilegiati che ci riescono. Ma sentendo tutte le notizie che si susseguono su donne uccise, maltrattate, bruciate, non ho potuto fare a meno di notare che 3 di questi libri riguardano le donne. Sono assolutamente libri che parlano di donne in modo sconvolgente e a volte incomodo. Ed è questo uscire fuori dalla zona di confort della lettura che mi ha fatto scoprire la femminista che è in me. Femminista: una parola che ho sempre odiato perché sono una che crede nella parità e quindi il femminismo mi sembrava una parola troppo di parte. E invece.

Ma andiamo per gradi. A fine estate mi sono trovata con Marco Dalla Valle e Irene Monge per una bella colazione. Chi mi segue sa che da una colazione, davanti a una brioche e un caffè (o thè perché io il caffè non lo bevo più) nascono sempre cose belle. Abbiamo chiacchierato del Master in Biblioterapia, della nascita imminente di BIPO (Associazione di categoria per biblioterapia e poesiaterapia), di legami e, ovviamente, di libri. E ho lanciato una sfida: parlare –con scadenza da definire- di uno stesso tema in maniera biblioterapeutica con i nostri diversi modi di gestire e pensare i laboratori di biblioterapia o, semplicemente, con i nostri pensieri intorno a un tema comune. Questo che leggete è il primo di questi articoli. Era recente la notizia dello stupro di gruppo da parte di ragazzi e abbiamo quindi deciso di parlare intorno al “Rispetto delle donne”.

Rispetto 

  1. Riconoscimento di una superiorità morale o sociale manifestato attraverso il proprio atteggiamento o comportamento: nutrire, provare r. per qualcuno; il r. verso i genitori; salutare con r.; r. per le istituzioni.
  2. Disposizione ad astenersi da atti offensivi o lesivi, implicita nel riconoscimento di un diritto.

Rispetto è una parola difficile. Perché a volte imposta. Bisogna rispettare i genitori, gli insegnati, gli anziani. E perché mai? Ho sempre pensato che il rispetto non si può imporre. Il rispetto lo si deve guadagnare. E lo si guadagna rispettando. Io rispetto te, tu rispetti me. Ed è un rispetto alla pari. Alla pari. Parità. Torna sempre lei. Ma vediamo i 3 libri di cui vi accennavo. In ordine:

  • Il racconto dell'ancella di Margaret Altwood
  • Vox di di Christina Dalcher
  • Ragazze elettriche di Naomi Alderman

Questi 3 volumi distopici che ho letto uno dopo l’altro, mi hanno lasciata molti pensieri che girano intorno al rispetto e alle donne. Tutti 3 dipingono un futuro in cui le donne sono trattate come essere inferiori. In tutti i 3 pare che questo trattamento sia dovuto alla paura della forza interiore delle donne e al male che potrebbero fare se decise e unite nell’intento. In tutti i 3 ci sono le ribellioni delle donne al modo di vivere imposto loro. E, come non notarlo, tutti i 3 hanno il rosso come protagonista nella copertina.  

Nel Racconto dell’ancella tutte le donne hanno un posto che viene loro assegnato nella società. L’ancella è quella che deve fare figli. Trattata con una sorta di rispetto reverenziale da molti. Perché da loro, dalle ancelle, dipende la crescita del genere umano. La protagonista è sicuramente prigioniera di un ruolo che non ha scelto e che detesta. Non può parlare con nessuno tranne che con le altre ancelle. E la sincerità è pericolosa perché essere ancella è un privilegio e ci sono le spie che potrebbero tradirti.

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Nel libro di Christina Dalcher, VOX, le donne non hanno parola. Anzi, ne hanno solo 100 al giorno e se ne pronunciano di più viene data loro una scossa elettrica. Quello che mi ha più colpito di questo libro non è solo il fatto che la protagonista riesca a comunicare pronunciando solo 100 parole ma, soprattutto, mi hanno colpita le figure maschili che, contrarie a quanto succede alle loro donne, non fanno nulla per contrastarlo. A dire il vero uno dei figli della protagonista è completamente assuefatto dal nuovo modo di pensare maschilista e patriarcale che li è stato inculcato a scuola e non riesce a vedere la sofferenza di sua madre, ex insegnante, che non può nemmeno leggere perché le parole, anche quelle scritte, sono vietate. Ha una sorella piccola che crescerà in un mondo dominato dagli uomini e per lui va bene così, è quello che deve succedere. Il mondo è degli uomini.

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Finalmente, con Ragazze Elettriche, arriva la svolta. Non più donne sottomesse ma donne che hanno un potere nascosto. Nelle loro mani la energia diventa elettricità capace di fare davvero male. La loro voce è ora potente, quanto una scossa elettrica.

Durante la lettura dei primi 2 libri, come donna, ti senti sopraffatta, triste, arrabbiata, sconvolta. Ma soprattutto e purtroppo nella testa risuona il pensiero che potrebbe succedere davvero. Che non è così distopico in fondo. Che alle donne queste cose succedono anche oggi. Non a livello globale ma in tante piccole realtà la vita delle donne è questa: senza parole, senza possibilità di avere una opinione, come corpi da usare a piacimento altrui.

Per fortuna arriva Ragazze Elettriche a darci una speranza.  Un nuovo potere che farà vincere, finalmente, le donne. Che potranno difendersi e muoversi senza più avere paura.

Ma…

Perché c’è un ma. Un ma che mi ha perseguitato tanto dopo la lettura. Se davvero noi donne avessimo quel “dono” siamo sicure che non diventeremo vendicative, cattive e sadiche perfino? Nel libro succede proprio questo. Un potere del genere ti sovrasta e da maltrattato diventi il maltrattatore senza rimorsi. Crudele persino. 

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E quindi la domanda che mi faccio è: tra i generi ci deve essere sempre uno superiore? Riusciremo mai in quella utopia che chiamiamo “parità dei sessi?”.

 E se fosse questo il futuro che ci aspetta? Un mondo sempre più diviso tra forti e deboli, uomini e donne, poveri e ricchi. Cosa possiamo noi, attraverso e grazie ai libri, fare per incentivare il rispetto non solo per le donne. Il RISPETTO in generale, per il mondo in cui viviamo, per noi stessi e per le persone che condividono con noi il percorso chiamato vita. Nell’etimologia della parola RISPETTO vediamo che rispetto significa guardarsi indietro. Quindi mi guardo indietro e trovo che nella pratica della biblioterapia, nel solo essere partecipanti di un incontro biblioterapeutico, posso già “insegnare” il rispetto. Nella lettura condivisa di un testo, qualunque esso sia, ci sono vari tipo di rispetto:

  1. Verso noi stessi e le nostre opinioni. Succede spesso che, nel dirle a voce alta, le nostre stesse parole ci sorprendano. I nostri ragionamenti crescono e ci migliorano. Da un laboratorio di biblioterapia usciamo consapevoli che i nostri pensieri, le nostre opinioni, sono importanti alla pari di quelli degli altri.
  2. Verso gli altri: ascoltiamo e rispettiamo le idee di tutti i partecipanti anche se non siamo d’accordo con loro. A volte, spesso, è un dialogo che ci arricchisce perché ci fa vedere un nuovo punto di vista che non avevamo finora considerato.

In questo senso un laboratorio di biblioterapia fatto con i giovani aiuterebbe loro a parlare di rispetto e di parità di genere. In realtà un laboratorio per le scuole è già nella mia mente. I ragazzi e le ragazze di oggi hanno bisogno di luoghi di cura e di confronto. Di parole. Di verità. Di saper mettersi nei panni dell’altro. Nei 3 libri di cui vi ho parlato oggi ci sono molti spunti da utilizzare anche con i giovani. Sono convinta che è da loro che dobbiamo partire. Guardarsi indietro significa rispetto. Guardiamoci indietro e vediamo dove abbiamo sbagliato. E poi cerchiamo di correggerci.